Col fiato sospeso. Stefano Puddu Crespellani

 

La sentenza del processo ai dirigenti dell’indipendentismo catalano è stata annunciata per la metà del prossimo mese di ottobre. Nessuno si nasconde che il contenuto di questo verdetto condizionerà la politica catalana e spagnola, e anche europea, con conseguenze ancora incalcolabili. Di fatto, lo sta già facendo.

Per esempio: lo stallo della politica spagnola, che non riesce a eleggere Pedro Sánchez come nuovo capo del governo, dipende fondamentalmente dal tema catalano. Il PSOE non vuole affrontare la sentenza con un alleato, Podemos, che possa esprimere il minimo appoggio ai politici catalani, in prigione preventiva da poco meno di due anni.

Senza Podemos, però, non ci sarà governo. E il tempo per mettersi d’accordo sta per scadere. Il prossimo dibattito d’investitura è previsto per il 23 settembre. L’alternativa al mancato accordo sono nuove elezioni, che significano sconfitta collettiva e incertezza estrema. Per quanto i sondaggi possano suggerire esiti più o meno favorevoli.

La forza dirompente del conflitto catalano è evidente in questo e in mille altri aspetti, ma viene costantemente minimizzata da tutte le istanze politiche spagnole.

Al Parlamento europeo, intanto, c’è il vulnus di tre eurodeputati (Junqueras, Puigdemont i Comín), eletti con milioni di voti validi, e regolarmente proclamati come eletti sul BOE (Boletín Oficial del Estado).

Sono riusciti a bloccarli grazie all’obbligo di giurare la Costituzione;: a Junqueras non hanno dato il permesso di uscire dalla prigione per compiere il requisito; a Puigdemont e Comín non hanno garantito la protezione per recarsi a Madrid, né hanno accettato una delegazione notarile per un giuramento a distanza.

Tuttavia la Spagna deve fare i conti con l’autorità superiore del Parlamento europeo, che ha la legittimità per difendere i propri deputati, cioè il voto dei propri elettori. Questa spina potrà essere piccola, ma fa parecchio male e la ferita può infettarsi.

Il caso di Junqueras è già sul tavolo del Tribunale di Strasburgo, che dovrà pronunciarsi nelle prime settimane di ottobre. Intanto, davanti alle sedi del Parlamento europeo e del Consiglio europeo, cominciano iniziative quotidiane di protesta per ricordare il fatto inaudito che dei deputati europei regolarmente eletti, e con tutti i diritti di suffragio validi, non hanno ancora potuto prendere possesso del loro seggio.

Il conflitto catalano è uno stillicidio, per la Spagna. Ma lo Stato non sa immaginare una strategia diversa dalla repressione. Costi quel che costi. E non sanno, in verità, quel che potrà costare.

Fra poche settimane, ariva la sentenza. Un verdetto che è già una vergogna prima di essere stato scritto e reso noto. L’intero procedimento è stato pieno di irregolarità, a cominciare dal fatto che il Supremo, che è un tribunale di ultima istanza, non era quello competente.

Oggi, all’inaugurazione dell’Anno giudiziario, le alte cariche si affrettavano a dire che il rispetto delle sentenze è “un obbligo imperioso”, per tutti. Insomma per loro la disobbedienza civile non esiste. Non la contemplano. Per loro esiste solo l’obbedienza.

Questo è un altro dei fronti che può generare sorprese. Al momento attuale, nessuno è in grado di sapere come reagirà la società catalana, in risposta a una sentenza che si prevede dura.

Questa somma di incertezze riesce a tenere col fiato sospeso la società catalana, nonché parte della spagnola. Anche in Europa osservano l’orizzonte con comprensibile preoccupazione.

Il punto cruciale verrà marcato dal modo di reagire del popolo catalano: quanta partecipazione, quanta creatività, quanta organizzazione e determinazione verrà messa in campo. La giornata dell’11 settembre, festa nazionale, ne darà una prima misura.

A tutti gli europei, quindi anche ai sardi, l’invito a seguire le notizie con attenzione vigile e visione critica. Senza dimenticare che in questa vicenda si può essere protagonisti, e non solo spettatori.

Se c’è una cosa che l’indipendentismo catalano sta insegnando, a chiunque, è che nessuno è troppo piccolo per non potersi battere per una causa giusta. Tutti gli europei, quindi anche i sardi, hanno il diritto e la responsabilità di far sentire la propria voce.

Si tratta di seguire i prossimi avvenimenti con attenzione, e di agire di conseguenza.

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